Giuseppe Dovichi



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Il Sostituto di Dio. In un futuro nemmeno troppo lontano, il rapido disfacimento della civiltà globalizzata visto attraverso gli occhi di Franco, un anziano signore che, nato negli anni facili del consumismo economico, invecchia e muore con il mondo stesso, partecipe e protagonista, suo malgrado, di vicende molto più grandi di lui. Alla sua morte, toccherà a Paco, un ragazzo adottato e suo erede virtuale, partire alla “riconquista” di un mondo e di una civiltà che sembrano (o forse lo sono?) irrimediabilmente perduti.


Che cosa andava a fare a Toledo? si domandò. Con che coraggio e con che faccia si sarebbe ripresentato a “quella persona?” Dunque non era per Cinzia che sentiva il desiderio di rientrare in Europa; e nemmeno per i suoi figli, ma per Marìa! Sì, certo, era solo per Marìa. Indubbiamente, se quello era lo scopo, l’aveva presa un po’ alla larga, ma sicuramente non era per caso se egli, dopo aver fatto il giro di tutto il Mediterraneo, si trovava nuovamente a percorrere le strade della Mancha e di Castiglia. Il caso da solo non bastava a spiegare la coincidenza. Forse il destino era stato suo complice, insieme lo avevano preservato da tutte le insidie, affinché, dopo tutti quegli anni, si riavvicinasse a Toledo e alla sua vecchia fiamma. Oppure doveva pensare che il suo cervello lo avesse guidato fino lì a sua insaputa? Fatto sta che, dopo qualche settimana di cammino, si ritrovò in vista della città.
Toledo era ancora bellissima. Franco la vide da lontano, in tutto il suo splendore, mentre si stava avvicinando a bordo di un camion, il cui autista gli aveva cortesemente concesso un passaggio. Adagiata sopra la collina, dominavano su tutto l’Alcazar e la Cattedrale con le sue mille guglie, mentre il Tago le faceva da corona.
A che cosa erano serviti dunque i suoi esercizi di una vita, se adesso sentiva il cuore, nel petto, che gli batteva all’impazzata?
Il camionista, gentile, lo scaricò proprio davanti alla porta de Bisagra. Franco ringraziò e si incamminò immediatamente verso il centro della città.
Piazza Zocodover era quasi deserta. Eravamo in piena estate, ma non c’erano più i turisti a sorseggiare bibite e a gustare gelati, seduti ai tavoli dei bar.
Aveva fatto la strada in salita più in fretta che poteva, perciò, appena arrivato sulla piazza, si sedette sulla solita panchina per riprendere fiato. Solo una bimba, sorvegliata dalla nonna, saltellava sul lastricato, seguendo le regole di un gioco che si articolava tutto nella sua mente.
Non aveva nessuno con cui giocare. Vide Franco e gli si avvicinò:
«Come ti chiami?» gli domandò, senza togliere il ciucciotto di bocca.
«Io mi chiamo Franco, e tu?»
«Io mi chiamo Victoria.»
«Hai un bellissimo nome, lo sai? Ed anche tu sei bella.»
«Tu invece sei un poco brutto.»
«Victoria, che dici?» intervenne la nonna. «Sai che non si dicono queste cose?!»
Franco sorrise:
«La lasci stare, signora, mi ha fatto un complimento.» Quindi si rivolse di nuovo alla bambina:
«Solo un poco brutto?»
La bimba lo guardò meglio. Franco indossava il thawb, la lunga tunica degli Arabi, che gli scendeva fino alle caviglie, ed il ghutra sulla testa. Oltre all’abito, la pelle bruciata dal sole, perfettamente scura e rinsecchita, lo facevano sembrare un vecchio arabo in tutto e per tutto.
«Sì, solo un poco» confermò la bimba. Ma poi ci ripensò: «Di più»; e se ne ritornò al suo gioco che aveva appena interrotto per attaccare bottone con Franco. Questi si alzò e si allontanò, prima che alla bambina venisse in mente di riprendere il discorso, costringendolo a fare moine e salamelecchi per mostrarsi gentile!
Faticò non poco a ritrovare la casa di Marìa. Era passato troppo tempo, tanto che ebbe l’impressione che qualcosa fosse cambiato nella disposizione delle vie. Sapeva che ciò non era possibile, per cui alla fine si decise a chiedere informazioni in un negozio di abbigliamento. Una commessa, gentile, lo invitò a seguirla, ed uscita in strada, fatti cento metri, gli indicò la casa. Franco ringraziò, e mentre la donna ritornava sui suoi passi, egli rimase per qualche minuto ad osservare la zona. Ora sì, che si ricordava! Nel vicolo sembrava che non fosse cambiato niente. Anche la casa non era cambiata, con i gerani alle finestre ed il lampioncino ottocentesco sull’angolo della facciata. Il pesante portone, dietro il quale si celava il magnifico patio pieno di fiori, era ancora al suo posto, con la vernice solo un poco scolorita. Il patio, naturalmente non poteva vederlo, ma Franco sapeva che era lì, come tutto il resto.
Venti metri più avanti, c’era una botteguzza di alimentari. Ne approfittò per farsi un panino, quindi, uscito di nuovo in strada, si sedette sul marciapiede, a gambe incrociate, sperando che lei passasse, prima o poi.
Mangiato il suo panino, si strinse nelle braccia, reclinò la testa sul petto, ed infine si addormentò al caldo del meriggio.
(… … ...)
Si maledì per essersi addormentato. Magari Marìa era passata e lui non l’aveva vista. Beh, niente male. Tanto non aveva nulla da fare, poteva aspettare, lì seduto, anche un mese intero!
Le ore del pomeriggio passarono lente, finché, verso sera, Franco sentì tirare i chiavacci, il grosso portone si aprì e finalmente vide la sua donna che usciva in strada. Si rannicchiò ancor più, abbassando nuovamente la testa per non essere riconosciuto, mentre il cuore gli balzava fuori dal petto!
Marìa gli passò davanti dirigendosi verso la bottega, da dove ne uscì, poco dopo, con un sacchetto in mano. Quando gli fu nuovamente vicino si fermò, ed allora lui non poté fare a meno di alzare la testa. I loro sguardi si incrociarono, ma Franco non vide di fronte a sé che una vecchia signora insignificante, dimagrita e raggrinzita; la quale, senza mostrare in alcun modo di averlo riconosciuto, tolte un paio di monete dal borsellino, gliele porse e se ne andò senza voltarsi.
Egli aveva allungato la mano istintivamente, e così rimase per qualche secondo ancora, finché non la vide rientrare e la sentì richiudersi i chiavistelli dietro le spalle.

Quella stessa sera, Marìa ricevé una telefonata dal negozio di abbigliamento vicino casa:
«Ciao, Marìa, sono Raquel. C’era un arabo, ieri, che ti cercava, l’hai visto?»
«Un arabo...?»
«Sì, un arabo. Ha fatto il tuo nome, ha detto che ti conosceva ma non si ricordava l’indirizzo preciso.»
«Un arabo?» ripeté Marìa con voce tremante, mentre portava una mano alla bocca e lasciava cadere la cornetta.
«Un arabo, sì. Gliel’ho fatto vedere io dove stai; non mi dire che non... Pronto, Marìa, pronto, pronto... ci sei...? È caduta la linea» disse la donna rivolgendosi al collega, il quale naturalmente non dette nessuna importanza alla cosa e, con un’alzata di spalle, proseguì a fare il proprio lavoro.
Marìa nel frattempo aveva riagganciato la cornetta. Andò di corsa alla finestra e guardò giù: l’arabo cui il giorno prima aveva fatto l’elemosina se n’era andato.

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Ritornarono alla fattoria. Lo stesso Paco, infuriato, si prese la briga di portare a spalla il corpo di Monet ancora in coma. Lo scaricò bruscamente al centro dell’aia, dove Licia, premurosa, aveva steso frettolosamente un po’ di paglia.
Intanto era stata allestita la veglia funebre per il povero Briscola e per il contadino. Entrambi vennero sistemati nella grande cucina della vecchia casa colonica, mentre tutti gli altri, fuori, al lume delle torce e delle lampade a gas, si sedettero in circolo intorno a Monet, in attesa dell’alba, allorché si sperava che riprendesse conoscenza.
Mancavano ancora un paio d’ore al sorgere del sole. La piccola Licia, accovacciata sopra di lui, pregava sommessamente, ma con foga, quasi le possibilità di salvezza del suo ragazzo fossero direttamente proporzionali alla quantità di preghiere dette; mentre dal mare un vento caldo, appiccicoso, arrivava fino a loro, creando uno strano contrasto con l’aria ancora gelida di marzo. Il cielo era sereno. La grande palla di Giove gareggiava, in luminosità, con Antares e con un altro paio di stelle altrettanto grandi; mentre la costellazione del Leone scendeva lentamente verso il mare, avviandosi al tramonto. Cinzia, seduta accanto a Paco, lo scrutava nel viso, cercando di indovinare i suoi pensieri; ma il ragazzo appariva impassibile, ed ella pensò che non era il caso, né il momento di mettersi a fare delle domande.
I minuti passavano lenti, scanditi dal cigolio che le grandi pale del mulino a vento montato in cima alla collina facevano ad ogni giro. Sull’aia, invece, si sentivano solo i gemiti di Monet, che non accennava a riprendersi, e il sommesso mormorio della ragazza china su di lui. Le palpebre stavano incominciando a diventare pesanti, quando improvvisamente, dall’interno della casa, un suono, basso, arrivò fino a loro. La musica, attutita dalle spesse mura, usciva piano, come proveniente da lontananze cosmiche: qualcuno era riuscito a rimettere in funzione, un antiquato “portatile” a ioni, dal quale il vecchio Bob diffuse la sua canzone: No, woman, no cry.

Oh, donna, non piangere.
I miei piedi sono il mio solo mezzo di trasporto
e quindi devo andare avanti.
Oh, ma in mia assenza
tutto andrà per il verso giusto.
No, donna, non piangere,
voglio dire, piccola cara,
non versare lacrime per me...”

Per qualche minuto il tempo sembrò fermarsi, poi gli accordi della chitarra elettrica sfumarono sulla luce che, a oriente, annunciava il sorgere del sole.
Il cielo andava sempre più schiarendosi, finché l’astro si affacciò sulla linea dell’orizzonte, faticando non poco a riscaldare e a rimettere in moto le membra irrigidite dall’umidità della notte.
Monet stava visibilmente male. Qualcuno dei ragazzi si mosse, ma nessuno, tranne Licia, osò avvicinarsi per sollevarlo, per dargli una qualsiasi forma di aiuto.
Passò un’altra mezz’ora, lentamente Monet incominciò a riprendersi, girandosi e rigirandosi su se stesso. La tosse lo scuoteva violentemente. Appena ebbe ripreso del tutto conoscenza, si guardò intorno, incapace di spiegarsi il motivo di quella strana assemblea mattutina. Improvvisamente, un getto di vomito gli schizzò fino a tre metri di distanza, subito seguito da altri conati e da altro vomito, mentre Licia gli teneva teneramente la testa. Non era un bello spettacolo che dava, lì, di fronte a tutti. Si sporcò i vestiti e provò vergogna davanti alla sua ragazza e a tutta quella gente che lo guardava severa. Intanto, nell’intervallo fra una crisi e l’altra, interrogava Licia con lo sguardo, la quale, con poche parole, lo mise al corrente di ciò che era successo durante la nottata.
Paco fino a quel momento, non aveva mosso un muscolo. Aspettò pazientemente che il ragazzo si riprendesse del tutto; solo allora si alzò in piedi, imitato dagli altri e dallo stesso Monet che si appoggiava a Licia come a chiedere protezione. Il sole era ormai alto sull’orizzonte, quando Paco fece un cenno a Cinzia che stava alla sua destra:
«Che vuoi fare?» gli domandò la donna che temeva, ormai, di aver indovinato le sue intenzioni.
«Portala via!» disse Paco.
Cinzia lo guardò negli occhi, e non si mosse; ma il ragazzo ripeté deciso:
«Portala via!»
Il tono purtroppo escludeva ogni possibilità di trattativa, per cui la donna fu costretta ad ubbidire. A malincuore, si avvicinò ai due giovani che stavano nel mezzo al cerchio, afferrò Licia per un braccio e la invitò ad allontanarsi:
«Vieni» le disse nella maniera più gentile che poté, ma l’altra non si spostò di un millimetro, anzi, si strinse ancor più al corpo del suo ragazzo, cingendolo con entrambe le braccia, nel disperato tentativo di proteggerlo da chiunque volesse fargli del male.
«Che vuoi?!» domandò brusca, con gli occhi fuori dalle orbite.
«Vieni con me» le disse Cinzia; «per favore...»
Nel frattempo Paco si era avvicinato di alcuni passi, con la pistola in mano. Licia si ghiacciò:
«Che vuoi fare?!» gridò.
«Che vuoi fare?!» ripeté. «Io di qui non mi muovo! Se ammazzi lui, devi ammazzare anche me...!»
«Andiamo!» fece Cinzia, strattonandola per un braccio.
«No, io di qui non mi muovo!» continuava a ripetere la ragazzina, scalciando e divincolandosi sotto la stretta di Cinzia e di Eva la quale, nel frattempo, era intervenuta, per aiutare la donna nell’impresa.
Ma solo con l’intervento di altri ragazzi, alla fine fu possibile staccarla dal fidanzato e portarla via.
Monet, che a questo punto aveva riacquistato tutta la sua lucidità, davanti alla pistola di Paco, incominciò a tremare in tutte le sue membra, ma non fece una mossa per sottrarsi al giusto castigo. Fece solo un passo indietro e lì si fermò, come paralizzato, in attesa che il Colonnello premesse il dito sul grilletto.
«Devi uccidere anche me! Devi uccidere anche me!» gridava ancora la ragazza tendendo le braccia verso il fidanzato. Ma, man mano che l’allontanavano da lui, la voce si sentiva sempre più flebile. «Maledetto! Devi uccidere anche me...! Maledetto! Maledetto...!»
La trascinarono fin dentro la baracca grande, allorché due colpi secchi di pistola rimbombarono nell’aria. Solo allora la ragazza si chetò: come se i due colpi fossero stati sparati direttamente a lei, le forze le vennero meno, il suo esile corpo si afflosciò, e cadde svenuta fra le braccia dei suoi costrittori, i quali, pietosi, la adagiarono su un letto, cercando di non farle male...

(da: Il Sostituto di Dio. Del Bucchia editore)