Giuseppe Dovichi



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Il Profumo del Vento è la storia di un gruppo di neomontanari, sognatori e idealisti, che si prodigano affinché un vecchio paesino situato nel cuore delle Alpi Apuane ritorni a nuova vita, dopo essere stato definitivamente abbandonato negli anni ’50 dai suoi abitanti.


     
Del tutto coscienti di fare un esperimento, si troveranno a scontrarsi con gli imprevisti e le difficoltà che inevitabilmente un progetto di questo genere comporta. Ma essi, con la cocciutaggine che contraddistingue tutte le genti di montagna, passeranno indenni attraverso ogni bufera, sia quelle reali di un ambiente duro e ostile, sia quelle che si annidano nei cuori e nelle menti.

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Quando ti fermi su una Foce delle Apuane a guardare giù verso il mare, il vento ti investe, carico di sentori di erbe selvatiche, di fiori, di salsedine fresca. “Il Profumo del Vento” è un cammino a ritroso verso i luoghi più affascinanti e isolati della montagna, traditi e abbandonati dall’uomo nel momento in cui ha fatto una scelta di servizi più facili e di nevrosi devastanti.

A Col di Favilla è rimasto il vecchio Giovannino, a ripetere gesti antichi come il tempo, tra le piante del bosco, con le bestie che alleva, con la terra magra che coltiva, solo in un silenzio che lentamente ha ridotto la sua parola ad un grugnito. Ma all’improvviso questo angolo di montagna è scoperto da una famiglia di Inglesi, allora lentamente tornano forti segnali di presenza e di vita, e il piccolo paese si ripopola di gente di ogni età e condizione sociale che ha fatto una scelta coraggiosa ma di qualità. Si ricostruisce così un microcosmo dove fiorisce di nuovo la parola, la bellezza, l’arte, la cultura, ma soprattutto si consolidano i rapporti umani. Vi traslocano anche fobie e passioni, perché irrequietezze e pene seguono l’uomo che se le porta con sé dovunque vada. Ma Col di Favilla è un luogo magico, dove si sente vicino un Dio amico che si fa trovare al momento più opportuno, quando qualcuno Lo cerca. Che non condanna, ma capisce le debolezze umane e perdona i peccati d’amore. Un paese che appartiene all’utopia, novella Città del Sole, che rappresenta una fuga dal mondo di cui non si condividono più gli obiettivi, e il bisogno di ricostruire un modello più umano e giusto da consegnare alle nuove generazioni. I personaggi e le situazioni de Il Profumo del Vento sono quelli che incontriamo ogni giorno: anziani soli, coppie più o meno giovani, bimbi che crescono, persone che soffrono, gente che ci lascia, e ci sono dissapori che nascono, amori che esplodono, amicizie che vanno in crisi o si consolidano. Ma trasportati in mezzo alle montagne, dove il passare delle stagioni è annunciato dai boschi e dai prati, dalla neve che protegge materna o gonfia i torrenti a primavera, da scenari di rocce che scintillano di marmi nel sole, questi personaggi si fanno più saggi, più aperti all’analisi, al confronto e al dialogo. E più attenti alla voce di Dio. Il narratore ti prende per mano con ritmo tranquillo e sguardo pulito, per comunicarti la consapevolezza che non siamo soli nemmeno nelle prove più dure della vita, con la convinzione che è necessario comunque almeno un gesto, per contribuire a costruire un percorso d’amore.

(Dalla Prefazione di Marisa Cecchetti)



     Dopo le prime piogge di fine estate, l’aria si era fatta più frizzante, specialmente durante la sera e la mattina, ma anche più tersa e pulita. Era quello il periodo migliore per vedere il mare fino alla Corsica, bastava andare al Passo dell’Alpino, in cima alla via delle Voltoline. Sulla cresta e fra i muri delle case del paese, il vento soffiava, preannunciando i primi freddi e i rigori dell’inverno.
Ma per questo erano andati ad abitare lassù, per sentire “il profumo del vento”, come dicevano Stefano e Michele, per provare quelle sensazioni forti e naturali che altrove non si provano più.
La loro amicizia era ormai collaudata da parecchi anni, e nella nuova casa, si erano ben organizzati, con l’aiuto di Giovannino e degli altri compaesani, affinché alla piccola Alessandra non mancasse nulla durante l’inverno che stava per sopraggiungere: avevano chiuso tutte le fessure per difendersi dagli spifferi, e la legnaia era piena fino al tetto.

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Ai primi di ottobre il tempo non aveva ancora rotto. I Torrioni del Pizzo prestavano ancora i loro fianchi agli allenamenti e alle evoluzioni di Stefano, in attesa che egli volgesse la sua attenzione a più impegnative e più gloriose imprese.

Una domenica pomeriggio, i due amici, stanchi di arrampicare, si apprestavano a riporre l’attrezzatura negli zaini, mentre la cappa grigia di nubi che stazionava sopra di loro da parecchi giorni, si stava dissolvendo, lasciando intravedere un debole sole. Ciò sembrava contraddire le previsioni che avevano fatto alla televisione la sera prima, ma, ben presto, i grossi nuvoloni neri che avanzavano da ovest, fecero capire loro che forse questa volta i loro orti assetati avrebbero avuto un po’ di refrigerio.

Si affrettarono a prendere la via di casa, quando la loro attenzione fu attirata da qualcuno che gridava sopra di loro. Alzando gli occhi, videro una figura femminile che veniva loro incontro e chiedeva aiuto a gran voce agitando le braccia. A Stefano sembrò di riconoscere Stella, e l’attimo successivo stava già correndo verso di lei. Quando le fu vicino, la trovò stravolta. Era fuori di sé, tanto che non riusciva a calmarla per capire che cosa fosse successo.

«Alessandra!» gridava la donna ansimando per la corsa. «Alessandra... è caduta in una buca... profonda, non sono riuscita a prenderla... Facevamo una passeggiata... non l’avevo vista, la buca... Oh, Alessandra! La mia bambina... è morta! Non la rivedrò più!»

Stefano cercava di calmarla:

«Dimmi dov’è! Qual è la buca?» le domandava.

Ma lei si sbracciava e continuava a ripetere:

«È morta! È morta! No! È morta! Voglio morire anch’io!»

Finalmente arrivò anche Manuel. Insieme riuscirono a calmarla, e la convinsero a farsi portare sul luogo dove era caduta la bambina.

Intanto incominciavano a cadere le prime gocce, mentre Stella arrancava fuori di sé su quelle rocce già bagnate dalla pioggia, con Stefano alle calcagna e con Manuel che li seguiva a distanza non riuscendo a tenere il passo dei due giovani.

Arrivarono all’imboccatura della grotta: era un buco nero, reso ancor più tetro dal cielo coperto dai grossi nuvoloni grigi. Scendeva in verticale dentro la montagna. Stefano si sentì gelare il sangue nelle vene. Per prima cosa pensò di chiamare Alessandra per sentire se rispondeva, ma non riusciva a far tacere Stella che si strapazzava e urlava a perdifiato. La dovette prendere per le spalle e scuoterla violentemente, affinché facesse silenzio. Alla fine la donna si zittì, si accasciò sulle rocce, e rimase lì, ferma, piagnucolando sotto la pioggia che stava aumentando di intensità.

Arrivò Manuel, Stefano avvicinò la faccia al buco, ma la ritirò immediatamente. Ci provò una seconda volta, mentre Manuel lo guardava senza capire il motivo di quello strano comportamento.

«Dai, Stefano... chiamala» pronunciò a fatica fra un respiro e l’altro.

Finalmente Stefano si affacciò e chiamò la bimba:

«Alessandra!»

«Zio!» si sentì rispondere. «Zio Stefano, sono qui!»

Anche Stella l’aveva sentita. A quella voce si rialzò, e con rinnovato vigore si affacciò al buco, chiamando la bambina disperatamente. Stefano e Manuel, ancora una volta, faticarono non poco per calmarla e per convincerla a mettersi da parte.

«Sì... sì...» ripeteva lei, scossa da un tremito inarrestabile.

La fecero sedere su un sasso, dove si rannicchiò, continuando a tremare violentemente, mentre, dai lunghi capelli, la pioggia le scendeva a rivoli sul viso.

Ripreso il controllo della situazione, Manuel vuotò gli zaini per terra, e aspettò disposizioni con la corda in mano. Lui era pronto, ma Stefano non si muoveva: si teneva ad un metro di distanza dal buco, senza prendere una decisione.

«Dai, Stefano, che fai? Metti l’imbracatura?»

Stefano si voltò verso Manuel, al quale sembrò di scorgere un’espressione di terrore negli occhi del suo compagno, che, con tutta la mimica del viso, voleva comunicargli qualcosa che lui non riusciva a decifrare. Non parlava. Poi Manuel si accorse che lo stava implorando, come se gli chiedesse aiuto:

«Che c’è, Stefano? Qualche problema?» domandò.

Questi non rispose, continuò a fissarlo con lo sguardo smarrito, con gli occhi terrorizzati, senza aprir bocca, e allora improvvisamente Manuel capì: non ci voleva andare! Non ci voleva andare, Stefano, in quel buco! Non ci voleva andare e lo stava implorando disperatamente con tutto il suo essere affinché ci andasse lui! Manuel era esterrefatto: com’era possibile? Stefano, coraggiosissimo, che affrontava le pareti più impegnative con la grazia e l’agilità di un gatto cantando e fischiettando, che non lo fermavano ghiacciai e seracchi, che camminava con passo di danza su precarie cornici di neve a quattromila metri di altezza; adesso si rifiutava di andare a prendere la piccola Alessandra in fondo a quel buco!

Fu un attimo.

«Ci vado io!» esclamò, e lasciando cadere il capo della corda, incominciò ad infilarsi l’imbracatura. Ma l’impresa era ardua: Manuel con l’età si era appesantito, e forse non ci sarebbe nemmeno passato da quel buco, ma non c’era tempo da perdere, bisognava provare. La pioggia stava formando un torrentello che andava ad infilarsi proprio lì dentro, e sarebbe stata una beffa che, dopo essersi salvata nella caduta, Alessandra fosse morta annegata a causa delle loro paure, a causa del loro temporeggiamento.

Stefano osservava i tentativi di Manuel. All’improvviso sembrò come svegliarsi da un sonno ipnotico. Sfilò l’imbraco dalle gambe dell’amico e lo indossò; lo assicurò a una delle due estremità della corda, e si mise a tracolla un certo numero di fettucce e cordini di varie misure. Poi agganciò alla cintura un bel po’ di moschettoni, e si appressò all’imboccatura della grotta, mentre Manuel si occupava di fare le sicure. A Stefano costò un notevole sforzo guardare dentro: quando lo fece, i suoi occhi incontrarono il buio assoluto. Rimase un lunghissimo minuto davanti a quel buco, con tutte le membra attanagliate dal terrore, sotto l’occhio scrutatore del compagno, il quale era pronto ad infilarsi di nuovo l’imbracatura, nel caso che egli non ce l’avesse fatta.

Ma questi persistette nel suo mutismo, e illudendosi che nessuno si fosse accorto di nulla, si afferrò alla roccia ed infilò le gambe nel cunicolo.

Vide che esso non aveva un andamento verticale, ma scendeva con una pendenza che giudicò essere dell’80-90 percento. Era scivoloso per via dell’acqua che veniva dall’esterno, e lo terrorizzava il buio assoluto in cui stava per immergersi; rabbrividiva al solo pensiero di mettere le mani su quella roccia, resa viscida dalla pioggia.

«Aspetta» disse a Manuel, e si fermò a riprendere fiato.

«Qualcosa non va?»

Stefano non rispose. Poi ordinò secco: «Cala!»

Incominciò a scendere, lentamente. Manuel, che dopo ciò che aveva visto non nutriva più troppa fiducia in lui, andava anche troppo piano.

«Cala, cala, te lo dico io quando ti devi fermare.»

Appena fatti i primi metri, riprese un po’ di coraggio: gli sembrò una cosa… fattibile. Se la bimba non fosse caduta troppo in basso, forse ce l’avrebbe fatta.

Allora venne preso da una strana euforia. Voleva fare alla svelta, voleva uscire da quel posto lì, il più presto possibile, e continuava a ripetere: «Cala, cala.»

Più volte perse la presa della roccia, annaspava per aria con le braccia, sbatacchiando di qua e di là.

«Ale, arrivo, non aver paura!» gridò rivolto alla bambina per rassicurarla. «Alessandra, sono io, lo zio Stefano, vengo a prenderti, non aver paura!»

«Fai presto, zio» rispondeva la bimba, «ho paura, fai presto!»

Ma la voce della bambina arrivava a lui come un’eco lontana. Venne preso dallo sgomento, ma continuò a scivolare verso il basso ancora per parecchi metri, urtando e strusciando contro la roccia viscida di pioggia. Era come scendere dentro un tubo ruvido e frastagliato di un paio di metri di diametro. Non vedeva dove metteva i piedi. Cercava di aggrapparsi alle sporgenze rocciose, ma riceveva in faccia gli spruzzi dell’acqua che gli rimbalzava sul lato esterno della mano, e doveva lasciare la presa. Manuel lo calava, lentamente ma inesorabilmente. Lo calava sempre più giù, sempre più verso il fondo di quel pozzo buio, dal quale non sarebbe più uscito vivo, lo sentiva, dal quale non avrebbe più rivisto la luce del sole! Ad ogni centimetro che faceva, apriva la bocca per gridare a Manuel che voleva tornare su, che si preparasse a recuperare la corda, ma il suono non usciva; la richiudeva, rimandando sempre quel grido alla volta successiva, finché arrivò ad una strozzatura del cunicolo, da dove giudicò che fosse impossibile passare: fino a quel momento era come se fosse scivolato lungo le pareti interne di una bottiglia capovolta, ed ora era arrivato al collo!

Stefano allargò le gambe, puntò i piedi contro le pareti, e si posizionò, a gambe divaricate, sopra quel buco che poteva essere, sì e no, trenta-quaranta centimetri di diametro. Manuel dall’alto sentì la corda allentarglisi fra le mani e pensò che Stefano avesse toccato il fondo. Rimase con l’orecchio ad ascoltare, ma ci fu un minuto di silenzio completo.

Stella era in preda ad una crisi isterica:

«Che fa?» chiedeva come impazzita. «Perché non va più giù?» Teneva le mani fra i capelli, saltava da una roccia all’altra. «Lo sapevo io che non saremmo dovuti venire ad abitare quassù!» farneticava fuori di sé. «Ma come ci è venuto in mente? Maledetto chi ha inventato questa moda!» inveiva scagliando i pugni verso il cielo. «Si stava tanto bene a Roma! Che importanza aveva se c’era traffico! Cosa mi importa dell’inquinamento! E qui che c’è? C’è più bello forse? Che cosa c’è di bello in queste rocce, cosa c’è di interessante su queste pietraie, su questo deserto di sassi?!» si chiedeva, scalciando contro i ciottoli che le si paravano davanti. «Io ce l’ho con mio marito. È tutta colpa sua, solo sua! Voleva sentire il profumo del vento, lui! Lui e quell’imbecille, poco di buono, del suo amico!» Ma poi le sovveniva che l’imbecille poco di buono era in quel momento laggiù, in fondo a quel buco, che rischiava la vita per salvare quella della sua bambina; e allora si mordeva le labbra: «Dio mio, Dio mio!» implorava, «fammi stare zitta! Dio mio, Dio mio, dammi la forza...!» E si accasciava nuovamente per terra, lasciandosi andare ad un pianto disperato. Solo pochi secondi, perché subito riprendeva con più forza: «Lui e il profumo del vento! A Roma non c’era il vento? Magari fossimo rimasti a Roma!»

Gridava e piangeva, mentre le lacrime le si mescolavano con la pioggia, e con essa scendevano giù per il pendio.

(… … ...)

Stefano era arrivato al limite delle sue possibilità, anzi, le aveva superate già da un pezzo, e si domandava come avesse potuto trovarsi, senza volerlo, in quella situazione. Lui che tutta la vita aveva evitato di prendere l’ascensore; lui che non poteva salire su un tram affollato, lui che evitava porte girevoli, uffici e camere blindate, e che, se poteva, evitava anche di entrare in banca. Lui che aveva fermato la cabinovia per le sue paure! Lui no! Lui non poteva essere andato ad infilarsi in quella situazione!

Aveva scelto quella vita all’aria aperta anche per questo. Era certo che non avrebbe trovato ascensori su quelle montagne brulle, spazzate dai venti di libeccio e di tramontana; ed ora invece si trovava lì, nell’ultimo posto in cui avrebbe voluto essere: in quello stretto budello che lo stringeva da ogni parte, che lo soffocava. E anche adesso stava per essere preso dal panico, come tutte le altre volte, alla stessa identica maniera.

Per qualche minuto gli sembrò che il tempo si fosse fermato, poi, con movimenti a rallentatore, riuscì a staccare una mano dal suo appiglio, si sfilò la lampada dalla testa, ed esplorò il buco sotto di sé. Lo stretto cunicolo scendeva giù a piombo, era perfettamente levigato dall’acqua che lo aveva percorso per millenni, e, se i suoi occhi terrorizzati non lo ingannavano, gli sembrò non più lungo di tre metri. Dopodiché c’era il buio completo. Nella sua mente, sconvolta dalla paura, Stefano paragonò il tutto a una clessidra: era arrivato in fondo alla prima ampolla, e sarebbe dovuto passare, attraverso quella strettoia, nella seconda. Ma non ce l’avrebbe mai fatta a risalirlo solo con le proprie forze, e tanto più col peso della bimba: troppo liscio e troppo scivoloso.

Spense la torcia, per risparmiare energia, si attaccò nuovamente alla roccia. Niente e nessuno lo avrebbe fatto smuovere da lì. Egli non sarebbe mai passato da quel buco!
«Tutto bene, Stefano?» domandò Manuel, preoccupato dal lungo silenzio.
«Sì, ma non muovere la corda!!!» gridò Stefano dal basso, con una strana voce stridula e concitata.
E chi la tocca!” pensò Manuel: “È impazzito!”
«Va bene, stai tranquillo, ti tengo» lo rassicurò, incominciando ad immaginare di che natura fossero i suoi problemi.
Stefano non si muoveva. Una volta spenta la torcia, rimase completamente immobile nel buio più completo.
L’acqua che scendeva dall’alto stava aumentando, la roccia viscida sotto le mani lo ripugnava.
«Vieni zio? Perché hai spento la luce? Io ho paura!» implorava la piccola dal basso.
Stefano sentì il cuore sobbalzargli nel petto, ma non rispose; si sentiva freddo e duro come un pezzo di marmo.
Oddio” pensò, “non posso, non posso, no, no, non posso!!!” ripeteva dentro di sé.
«NOOOOOOO!!!!!!» gridò poi con quanto fiato aveva in gola.
«NOOOOOOO!!!!!» gridò ancora.

Poi lentamente staccò le mani tremanti dalla roccia, le chiuse a pugno, e mentre si accovacciava sopra il foro, si tempestò di colpi sulle ginocchia. Scoppiò in un pianto isterico e continuò a gridare, poiché aveva capito che la sorte della bambina era ormai segnata: no, egli non sarebbe mai passato da quel buco!

«Zio Stefano, che hai fatto, perché piangi?» chiese la bambina.
«Niente, amore, niente; non ho fatto niente» ripeteva cercando di essere naturale. «Non ho fatto niente, piccola mia, ora ti vengo a prendere. Sto arrivando, amore, non piangere, sto arrivando.»
«Va bene, zio, ti aspetto. Ma fai presto, perché l’acqua sta salendo!»
«L’acqua sta salendo» ripeté fra sé Stefano, senza energia. «L’acqua sta salendo… l’acqua sta salendo» continuava a ripetere come in trance.

Era scarico ormai. Si accorse che stava accettando l’idea di lasciar morire laggiù la piccola Alessandra per annegamento. La stava accettando, purché facesse presto, purché finisse alla svelta quel calvario che lo torturava; e l’acqua si sbrigasse a riempire tutta la grotta, in modo che lui non sentisse più quella voce che lo infastidiva, che gli dava ai nervi! Il getto stava aumentando, perciò presto sarebbe finito tutto, ed egli avrebbe ripreso lentamente la via del ritorno. Sarebbe stato facile, ormai la conosceva, la via, non gli faceva più paura.

L’ACQUA STA SALENDO?!” ripensò.

Alla fine quella frase lo colpì. Lo colpì come un pugno nello stomaco, ed improvvisamente si svegliò: era come se si fosse destato da una specie di dormi-veglia.

Ma poteva egli risalire quel pozzo, senza portare con sé Alessandra? Come poteva pensare una cosa simile?

Improvvisamente, si sentì lucido. Provò ad immaginare di scendere dentro a quel tubo verticale e di non essere più capace di risalire. Che poteva succedere in quel caso? Sarebbe rimasto laggiù, con Alessandra; sarebbero morti l’uno nelle braccia dell’altra, mentre lui cercava di rassicurarla e di consolarla; in qualche modo si sarebbe reso utile comunque. Ma la piccola sarebbe passata sicuramente, anche se lui non ci fosse riuscito, ed in quel caso a lui che poteva succedere? Niente, sarebbe morto! “Tutto qui?” si disse. Lui non aveva mai avuto paura della morte! esclamò dentro di sé, in preda ad un’esaltazione crescente e battendosi un pugno sul petto; l’aveva sfidata, l’aveva guardata sempre dritto in faccia, all’aperto, avrebbe potuto guardarla benissimo anche laggiù! La morte sarebbe stata la sua salvezza, essa lo avrebbe liberato dalla morsa di quel buco, se non fosse stato capace di uscirne con le proprie forze! Sembra un paradosso, ma la morte non lo spaventava affatto, per niente, solo il chiuso lo spaventava, solo la paura... di aver paura; e la sua paura aveva un nome: CLAUSTROFOBIA! Ecco, finalmente aveva detto quella maledettissima parola! Aveva infranto il tabù; adesso si sentiva più sollevato.

Ora era lucidissimo. In un attimo capì che ci avrebbe provato, che non avrebbe, mai e poi mai, lasciato Alessandra a morire, laggiù, da sola. Prima di partire, avrebbe voluto fare una preghiera, avrebbe voluto rivolgersi direttamente a Dio, ma lui non ci aveva confidenza, non ce l’aveva mai avuta. Gli venne in mente una frase che aveva sentito dire da Francesco:

«Lo vedrai...» gli aveva detto Francesco, con quel suo tono dolce; «lo vedrai...» Che fosse arrivato dunque il suo momento? Che fosse questo il suo momento?
«Lo vedrai!» gli rimbombava nella testa, «lo vedrai!...»
Sì, Lo vedeva, Lo vedeva anche lui adesso, finalmente; e Lo sentiva! Lo sentiva, ma soprattutto Lo desiderava, fortemente, con tutto il suo essere.

(… … ...)

La pioggia continuava a cadere. Stefano alzò gli occhi al cielo, si passò le mani sulla faccia e sui capelli, e rimase così per qualche minuto. Era una pioggia buona, che gli lavava tutte le brutture, interne ed esterne; tutto lo sporco che gli si era accumulato, dentro e fuori della grotta.

Arrivarono al paese verso sera: era l’ora dei vespri, e tutta la gente si trovava in chiesa, ignara di quel che era successo. Attraverso la porta spalancata, usciva la musica dell’organo.

Stefano si avvicinò all’entrata con la bambina in braccio e si fermò sulla soglia. L’acqua, che gli colava di dosso, formava una larga pozzanghera sul pavimento.

Qualcuno sentì lo sciacquio ed incominciarono a voltarsi, mentre Abigail, che suonava l’organo, alzò la testa, tenne una nota lunga ed infine riprese la melodia. Teresa si trovava in una delle prime panche, vicino all’altare. Si voltò anch’essa, e vide le tre figure sulla porta. Come gli altri, non capì cosa fosse successo, ma più degli altri, si attardò ad osservare:


Dal profondo a te grido, o Signore;
(recitava il salmo)
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.


Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere?
Ma presso di te è il perdono,
perciò avremo il tuo timore.


Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore è la misericordia,
grande è presso di lui la redenzione;

egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

Teresa incontrò lo sguardo di Stefano. Poi vide la bambina che egli teneva stretta a sé, ma, per quanto si sforzasse di capire cosa significasse quella scena, era impossibile per lei immaginare l’accaduto. Poi anche Martina lo vide, si alzò e gli andò incontro:

«Che cosa hai fatto?» gli chiese sottovoce, quando gli fu accanto.

«Niente, poi ti racconto; vieni, mettiamoci a sedere.»

Alla fine della funzione Stella dette tutte le spiegazioni alla gente che si accalcava intorno a lei e che la riempiva di domande. Riferiva e descriveva tutto, nei minimi particolari, infiorettando e ingigantendo l’accaduto.

Solo Stefano e Alessandra se ne stavano in disparte, giocando e rincorrendosi ancora sotto la pioggia battente; ridendo felici e facendo il vola-vola, mentre Teresa li guardava con un filo di tristezza negli occhi...

____________________________

Stefano le prese il viso fra le mani e le dette un lungo bacio sulla fronte. Poi entrambi si alzarono e fecero per andarsene, ma, guardando verso ovest, il loro sguardo venne catturato dallo spettacolo del sole che stava per tramontare. Una striscia di luce giallo-arancione attraversava il mare fino all’orizzonte, e giù in basso, la costa tirrenica che si stende da Viareggio fino a Marina di Carrara, sembrava anche più lontana, perché stava per essere inghiottita dalla foschia della sera. Immaginarono il brulichio di persone che in quel momento si preparavano al rientro per la cena. Immaginarono le macchine scoperte sul lungomare, con le belle donne con i capelli al vento, i negozi sfavillanti di luci. Poi una leggera brezza fece ondeggiare il paléo sulla montagna. Teresa si appoggiò a Stefano, e rimasero così, vicini, ad aspettare le ombre della sera. Infine si avviarono per raggiungere la comitiva, che si preparava a rientrare a Col di Favilla, presso la Focetta del Puntone.

(da: Il Profumo del Vento. Baroni Editore)


RECENSIONE

Questa mattina ho terminato la lettura del libro "Il Profumo del Vento" di Giuseppe Dovichi, mi complimento con l'autore per lo scrivere fluido e per la ricchezza di elementi, che rendono estremamente interessante e avvincente la lettura del romanzo.
L'amore per la montagna (che l'autore dimostra di conoscere molto bene), la spiritualità e il legame con la fede che si ritrova in tutto il racconto, il vissuto di persone diverse fra loro, ma che trovano nel paesino di Col di Favilla il modo per intrecciare un vivere diverso, fatto di semplicità e di valori, che solo il contatto diretto con la natura e il superamento collettivo delle avversità può dare.
Anche il rapporto con la Fede si arricchisce di aspetti diversi e profondi, mentre una storia d'amore articolata, che coinvolge tre persone e tutto il paese, tiene il lettore col fiato sospeso, fino all'ultima pagina.
Un libro che si ha de siderio leggere in continuità, appagante nei vari passaggi e mai scontato, l'intrigo delicato, viene svolto con competenza e giudizio da parte dell'autore, che dimostra in questo libro, una maturità di scrittore non usuale nel panorama dei romanzieri contemporanei.

Lorenzo Pacini