Giuseppe Dovichi




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Agenda Verde-Rosa: la sintesi di una vita in versi più o meno liberi.

     Piccola raccolta di poesie, ispirate ad avvenimenti vissuti in prima persona; a fatti accaduti, letti sul giornale, o sentiti alla televisione; o ai quali l’autore ha assistito o ha partecipato direttamente.

      Scritta in forma di diario, copre un periodo molto lungo, che, dal lontano 1968, arriva fino al 1999, anno in cui l’”Agenda” è stata pubblicata.

      Attraverso le pagine di questa strana forma di diario, è possibile individuare, a grandi linee, tutti i passaggi e l’evoluzione della società nella seconda metà del secolo scorso; la trasformazione delle idee, la fine delle ideologie, la ricerca di nuovi valori e il desiderio di recuperare quelli antichi. Sono gli anni più frenetici, in cui l'autore riversa nelle sue poesie (poche in verità, ma ognuna, a suo modo, rappresentativa di momenti salienti di una vita piena, caotica, divisa fra il lavoro, la famiglia, e l'arte) tutto il suo essere: la sintesi di una vita. Sono gli anni della passione per la montagna, il richiamo dell'avventura che troppo spesso ruberanno il tempo alle sue arti, ma che lo arricchiranno interiormente e gli daranno spunti e ispirazione per i suoi lavori successivi.

      E poi l’inizio di un processo che porterà l’autore a rifiutare un mondo sempre più frenetico ed alienante; processo del quale prenderà piena consapevolezza man mano che proseguirà il suo cammino artistico, e che si concluderà con la piena e assoluta realizzazione nel suo secondo libro: “Il Testimone.

 

                                                                             

Le Stagioni di Dora

Dora guardava tutte le mattine
dietro i vetri appannati la campagna stanca,
che si stendeva fino alle colline:
che riposava coperta dalla neve bianca,
poi ricamata dalle fredde brine,
poi sotto l’acqua tanta, proprio tanta.

Dora guardava
dal suo rifugio il mondo:
si oscurava di nubi, e un velo
di tristezza le copriva il viso.
Il sole giallo,
con il suo sorriso,
le dava l’ultimo bacio sulla fronte;
un sole di novembre dilavato
che poi spariva in fondo all’orizzonte.

E poi la notte arrivava con un cielo
di un blu di Prussia magico, stellato;
passava nella stanza il gelo
rigido e pungente dell’inverno.
Faceva freddo, ma la primavera
di Dora era vicina, e già incalzava.
E intanto l’Orsa girava sul suo perno
e Orione trapassava...


Oh febbraietto corto e maledetto!
Rinasceva la vita in quell’inverno tardo.
Dora guardava dal suo castelletto
un paesaggio come di Leonardo.
Dora vedeva, per tutto quanto il piano,
campi infiniti, coltivati a grano:
campi di varie forme e di colori
che calpestava con i suoi umori
quando venne l’estate della vita
che le chiese una pratica infinita.

Quando si presentò
l’autunno con i propri frutti
Dora lo ringraziò,
semplicemente, come fanno tutti:
e fece qualche pane bianco in più
strappato a quella terra dura.
Dora lo salutò, con la sua pelle scura.

Ora piangeva sotto le lenzuola,
era la gioia, che arrivava in gola;
ora godeva sulla nuda terra
sotto il cielo d’estate, o a primavera.
Ora abbracciava l’universo intero
con sentimento autentico, sincero.

Ma il tempo di Dora adesso se ne andava,
con le cicale nascoste fra i covoni;
la cicala cantava
e trascorrevano così le sue stagioni.
Le sue stagioni passavano lassù,
sulla collina dove lavorava,
dove lasciava la sua gioventù.
Trascorrevano le sere dell’inverno,
d’intorno al caminetto che schioccava;
e i crepuscoli estivi,
ed un amore eterno.
La stagione di Dora che passava.

Venne l’inverno suo, l’inverno che intristiva,
Dora l’attanagliò
la nostalgia di un mondo che finiva.
L’attanagliò il ricordo di un paesaggio caldo
bello come un quadro di Leonardo.
Pianse tutte le lacrime che aveva
lasciato in serbo per la sua sventura:
pianse di notte, con l’acqua che cadeva,
pianse di giorno, sotto la calura.

Pianse una donna stanca, tanto stanca.

Ed ora dove sei, bambina bianca?
Ed ora dove sei, ragazza dalla pelle scura?
In una reggia squallida d’argento;
in un palazzo grande, di cemento.
O in un castello con la tua paura?
E ti ritrovi come circondata
di ninnoli e di bambolotti d’oro;
di sentimenti hai solo una manciata
nelle tue mani dure dal lavoro.

Finalmente hai lasciato la collina
e la fatica non la senti più;
hai smesso il vestito della contadina,
e il sole in faccia non lo vedi più.
Il freddo dell’inverno non lo senti,
in questa casa assurda
dove tu non sei più tu,
il Paradiso dei campi e degli armenti
ora lo vedi solo alla TV.

Ma l’inverno finisce, non temere,
finisce presto e non ritorna più;
passa l’inverno dalle lunghe sere,
anche qui dove tu
non sei più tu.

(da Agenda Verde-Rosa)


I tuoi occhi

Ho trovato i tuoi occhi
adesso,
che sono rimasto solo,
ora che ho preso il volo
e chiacchiero con me stesso.
Lontano dall’esistenza
degli uomini veri!
ora che sono solo,
solo coi miei pensieri.
Ora che un manto bianco
ricopre le cose vive;
senza un rimpianto
solo,
senza retrospettive.

In mezzo a tanta neve
che in questo inverno insiste
ho trovato i tuoi occhi
e quel tuo sguardo triste;
i tuoi occhi che mi guardano,
che leggono nel pensiero,
che vedono nell’anima
e sanno ciò che è vero;
che arrivano alla fine
nel fondo più profondo.
Sono i tuoi occhi chiari
adesso,
che mi daranno il mondo.

Pazienti hanno aspettato
per tutto questo tempo,
quando disorientato
correvo sempre a cento:
e i cento amori sprecati,
raccolti sulla mia via,
nati improvvisamente
e poi gettati via.
Gli amori di una vita
o di un’estate al sole,
con tutte le parole
finite dentro al cesso:
amori sacrificati
in nome dell’amore,
amori sacrificati
in nome del progresso.

Amori amori amori...
l’amore a prima vista,
l’amore ponderato
e l'amore opportunista;
quello che fu più vero
e quello più promesso,
l’amore più sincero...

Ma solamente adesso
ho trovato i tuoi occhi
che mi guardano in fondo
a quest’anima stanca,
a questo cuore immondo,
che non mi chiedono niente,
e non mi fanno domande,
che mi ameranno sempre
perché hanno un cuore grande...

Oggi ho trovato la gioia
di un pomeriggio terso
in mezzo a questi monti;
nel nostro sguardo perso
nel baratro infinito
di gelidi orizzonti,
sotto la luce stanca
di questo sole fioco,
nel vortice di un gioco
su questa neve bianca.

Amore, amore, amore,
non passi mai di moda:
ma...
l’amore ha un cuore grande…
quattro zampe e una coda.

(da Agenda Verde-Rosa)